Dal 14 novembre 2026 al 29 marzo 2027 la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia ospiterà una mostra dedicata a una delle esperienze più interessanti del vetro muranese del Novecento. Si intitola Fucina degli Angeli. Peggy Guggenheim e il vetro artistico del Novecento e ricostruisce il progetto con cui Egidio Costantini riuscì a coinvolgere alcuni grandi artisti contemporanei nella realizzazione di opere in vetro, affidandone l’esecuzione ai maestri delle fornaci di Murano.
Curata dalla storica dell’arte Cristina Beltrami, l’esposizione riunirà oltre cento opere, insieme a disegni, dipinti, sculture e documenti storici, per ripercorrere una vicenda che contribuì a cambiare la considerazione del vetro nell’arte contemporanea.
Al centro del racconto ci sono due personalità molto diverse. Da una parte Costantini, capace di mettere in relazione gli artisti con le competenze tecniche degli artigiani muranesi. Dall’altra Peggy Guggenheim, collezionista e mecenate americana che comprese le possibilità del progetto e contribuì a farlo conoscere fuori dall’Italia.
La mostra offre anche l’occasione per approfondire il ruolo del vetro artistico di Murano nel design, soprattutto nel periodo in cui la produzione delle fornaci veneziane iniziò a confrontarsi sempre più direttamente con la scultura, la ricerca astratta e le sperimentazioni dei protagonisti dell’arte moderna.
Egidio Costantini e l’idea di portare gli artisti nelle fornaci di Murano
Egidio Costantini nacque a Brindisi nel 1912, ma trascorse gran parte della propria vita a Venezia, dove entrò in contatto con l’ambiente produttivo delle vetrerie muranesi.
Negli anni Cinquanta Murano disponeva già di una tradizione manifatturiera riconosciuta a livello internazionale. Le fornaci producevano oggetti d’arredo, vasi, lampadari e manufatti decorativi, spesso caratterizzati da una notevole complessità tecnica. Alcune aziende avevano inoltre sviluppato importanti collaborazioni con designer e progettisti.
Costantini individuò una possibilità differente: utilizzare quelle competenze per realizzare opere concepite da pittori e scultori che abitualmente lavoravano con altri materiali.
Nel 1953 diede vita al Centro Studio Pittori nell’Arte del Vetro di Murano, coinvolgendo inizialmente artisti soprattutto veneziani. L’iniziativa cercava di costruire un rapporto stabile tra il mondo delle arti visive e quello della produzione vetraria.
L’esperienza si ampliò rapidamente. Nel 1954 Costantini raggiunse Parigi per stabilire nuovi contatti e organizzò al Palazzo delle Esposizioni di Roma una mostra che presentava collaborazioni con artisti come Virgilio Guidi, Renato Guttuso, Le Corbusier, Oskar Kokoschka e Gino Severini.
Dopo lo scioglimento del Centro Studio, nel 1955 aprì una galleria a Venezia, in campo Santi Filippo e Giacomo. Fu Jean Cocteau a suggerire il nome Fucina degli Angeli, destinato a identificare uno dei progetti più originali della sua carriera.
Costantini non si limitava a commissionare la riproduzione di disegni. Seguiva il percorso creativo, individuava le possibilità di lavorazione e favoriva il confronto fra gli artisti e i maestri vetrai.
Era una mediazione complessa. Un’immagine concepita sulla carta poteva richiedere modifiche sostanziali per diventare una scultura tridimensionale. Il vetro, inoltre, imponeva condizioni tecniche che non potevano essere ignorate: temperature di lavorazione, tempi di raffreddamento, distribuzione delle masse e comportamento dei colori.
Il risultato dipendeva quindi da una collaborazione effettiva, nella quale il progetto artistico doveva confrontarsi con le proprietà del materiale.
Peggy Guggenheim e il sostegno decisivo alla Fucina degli Angeli
La storia della Fucina attraversò anche momenti difficili. Nel 1958 la galleria affrontò una grave crisi, superata grazie all’intervento di Peggy Guggenheim.
La collezionista americana, stabilitasi a Venezia nel secondo dopoguerra, aveva costruito negli anni una rete internazionale di rapporti con artisti, galleristi e istituzioni museali. La sua raccolta comprendeva opere dei principali movimenti d’avanguardia del Novecento, dal cubismo al surrealismo, fino all’astrattismo.
Il sostegno a Costantini ebbe conseguenze concrete.
Guggenheim acquistò numerose opere della Fucina per la propria collezione, favorì nuovi contatti con artisti internazionali e incoraggiò una strategia espositiva capace di raggiungere ambienti culturali più ampi rispetto al tradizionale mercato del vetro decorativo.
Nel 1964 ricordò il proprio coinvolgimento spiegando di aver accolto con entusiasmo la richiesta di Costantini di realizzare oggetti in vetro a partire dai disegni di artisti contemporanei.
L’appoggio della mecenate contribuì soprattutto a modificare la destinazione culturale di quelle creazioni. Le opere potevano essere presentate nelle gallerie d’arte, acquistate dai collezionisti e inserite in raccolte dedicate alla produzione artistica contemporanea.
Dal 1964 la Fucina partecipò a una serie di importanti iniziative espositive. Le sue opere furono presentate alla Galleria del Naviglio di Milano tra il 1964 e il 1965 e alla Galleria dell’Obelisco di Roma nel 1965.
Nello stesso anno arrivò un riconoscimento internazionale particolarmente significativo: il Museum of Modern Art di New York ospitò Sculpture in Glass, indicata dalla Collezione Peggy Guggenheim come la prima esposizione di scultura in vetro organizzata dal museo statunitense.
L’approdo a New York dimostrava che le realizzazioni nate dalle fornaci muranesi potevano trovare spazio anche nelle istituzioni dedicate all’arte moderna.
Quando il vetro diventa scultura: le collaborazioni con gli artisti del Novecento
Tra gli aspetti più interessanti della Fucina degli Angeli c’è la varietà delle collaborazioni sviluppate nel corso dei decenni.
Il progetto coinvolse artisti con linguaggi molto diversi, tra cui Jean Arp, Max Ernst, Jean Cocteau, Oskar Kokoschka, Roberto Matta, Dorothea Tanning e Mark Tobey.
La mostra veneziana ripercorrerà anche le prime sperimentazioni liberamente ispirate alle ceramiche di Georges Braque e Pablo Picasso, oltre al rapporto con artisti astratti italiani come Remo Bianco, Giuseppe Capogrossi e Luigi Veronesi.
Un ruolo particolare ebbe Lucio Fontana, che collaborò con Costantini nella sperimentazione delle possibilità espressive del vetro per alcuni lavori riconducibili alla ricerca dei Concetti spaziali.
La scelta di questo materiale era tutt’altro che scontata.
La superficie trasparente, la possibilità di incorporare differenti colori e la relazione tra pieni e vuoti permettevano di ottenere effetti difficilmente riproducibili attraverso la pittura o la scultura tradizionale.
Per gli artisti astratti il vetro offriva nuove opportunità di lavorare sulla luce e sulla percezione delle forme. Per gli esponenti del surrealismo poteva invece diventare uno strumento per trasformare immagini e composizioni in presenze tridimensionali.
Le difficoltà operative erano parte del lavoro. Alcune geometrie potevano essere realizzate attraverso stampi, altre richiedevano una modellazione a caldo. La combinazione di elementi separati imponeva ulteriori soluzioni costruttive.
Il maestro vetraio doveva interpretare l’intenzione dell’artista, trovando una forma tecnicamente realizzabile senza comprometterne il carattere espressivo.
Questa collaborazione contribuì ad ampliare le possibilità del vetro artistico di Murano nel design, introducendo sperimentazioni che andarono oltre le tipologie consolidate della produzione decorativa.
Il processo coinvolgeva competenze differenti e rendeva particolarmente importante la documentazione delle opere: disegni preparatori, attribuzioni, materiali e informazioni sulle modalità di esecuzione.
Sono elementi che oggi consentono di ricostruire il contributo dei diversi protagonisti, distinguendo il ruolo dell’artista ideatore da quello dell’artigiano responsabile della realizzazione.
Dal manufatto decorativo all’opera d’arte da collezione
La Fucina degli Angeli si inserisce in una trasformazione più ampia che interessò il rapporto tra arte, artigianato e design nel secondo dopoguerra.
Il vetro di Murano possedeva già una lunga storia di oggetti di grande qualità estetica e tecnica. Sarebbe quindi inesatto sostenere che Costantini abbia introdotto per la prima volta una dimensione artistica nella produzione muranese.
La novità riguardava soprattutto il modello di collaborazione e la collocazione delle opere nel sistema dell’arte contemporanea.
Tradizionalmente, una parte consistente della produzione vetraria era legata alla destinazione d’uso degli oggetti: contenitori, servizi da tavola, elementi di illuminazione e complementi d’arredo.
Con la Fucina, invece, il progetto poteva nascere direttamente come opera autonoma, senza essere vincolato a una funzione pratica.
Un artista poteva concepire una composizione astratta o una scultura destinata alla contemplazione. La fornace diventava il luogo in cui quella ricerca prendeva forma attraverso un materiale che richiedeva competenze specialistiche.
Il valore dell’oggetto derivava dall’incontro tra invenzione artistica, qualità esecutiva e riconoscibilità del progetto.
Questo cambiamento ebbe conseguenze anche sul collezionismo.
Un’opera realizzata nell’ambito di una collaborazione documentata poteva essere studiata attraverso il percorso dell’artista, le caratteristiche tecniche, la provenienza e la storia espositiva. Si affermava così una modalità di valutazione più vicina a quella della scultura contemporanea che a quella del semplice oggetto decorativo.
Il rapporto tra vetro artistico di Murano nel design e arte da collezione rimane comunque articolato. Un vaso progettato da un designer e prodotto da una manifattura, una scultura realizzata in un esemplare unico e un oggetto appartenente a una serie numerata possono condividere qualità tecniche elevate, ma rispondono a logiche produttive e collezionistiche differenti.
Per ricostruirne il valore storico occorre conoscere la paternità del progetto, la manifattura, il periodo di realizzazione e, quando documentata, la partecipazione diretta dell’artista.
La vicenda della Fucina mostra quanto questa distinzione sia importante. Molti lavori nacquero da un dialogo tra più persone e non possono essere compresi considerando soltanto il nome dell’artista associato all’opera.
Il ruolo dei maestri vetrai nella sperimentazione artistica
Le collaborazioni promosse da Costantini sarebbero state impossibili senza la capacità delle fornaci muranesi di affrontare lavorazioni particolarmente impegnative.
La produzione del vetro richiede un controllo preciso della materia durante le diverse fasi di trasformazione. Le scelte effettuate a caldo influenzano il risultato finale e, a differenza di altri materiali, non sempre consentono correzioni successive.
Il soffiatore deve valutare il comportamento del vetro mentre viene modellato. Il peso della massa, il movimento degli strumenti e la velocità di raffreddamento possono determinare la riuscita dell’opera.
Quando il progetto deriva dal disegno di un pittore o di uno scultore, il problema diventa ancora più complesso. Non tutte le forme immaginate sono compatibili con le tecniche disponibili, almeno senza interventi di adattamento.
Il maestro vetraio interviene quindi nella definizione delle soluzioni esecutive. La sua esperienza permette di capire quali effetti cromatici siano raggiungibili, come ottenere particolari volumi e quali accorgimenti siano necessari per garantire la stabilità dell’oggetto.
Nel caso delle collaborazioni artistiche, il confine tra progettazione e realizzazione può diventare particolarmente stretto.
Questo aspetto rappresenta una chiave di lettura essenziale per comprendere il vetro artistico di Murano nel design del Novecento. L’originalità di molte realizzazioni deriva proprio dall’incontro tra la ricerca formale di artisti e progettisti e la conoscenza materiale sviluppata nelle fornaci.
Il lavoro di Costantini contribuì a rendere questo rapporto sistematico, organizzando collaborazioni che altrimenti sarebbero rimaste episodi isolati.
Oltre cento opere per ricostruire una stagione creativa
L’esposizione veneziana presenterà materiali provenienti da diverse istituzioni internazionali e raccolte private.
Tra i prestatori annunciati figurano la Fondation Marguerite Arp di Locarno, l’Historisches Museum di Basilea, il Kunstmuseum Walter di Augusta, il MUDAC di Losanna e il Museum of Fine Arts di Boston.
A questi si aggiungono il Museo del Vetro di Murano, l’Archivio Fucina degli Angeli e la Collezione Peggy Guggenheim.
Il percorso ricostruirà la vicenda attraverso opere in vetro accostate a disegni, dipinti, sculture e documenti d’archivio. Una scelta che permette di approfondire il rapporto tra le idee degli artisti e le soluzioni adottate durante la lavorazione.
L’allestimento seguirà l’evoluzione della Fucina dalle esperienze degli anni Cinquanta fino alle successive sperimentazioni.
Una sezione sarà dedicata alle collaborazioni con artisti giapponesi attivi a Venezia tra gli anni Sessanta e Settanta, tra cui Miki Tomio, Katsuhiko Narita, Omura Mikuni e Yokoo Tadanori.
Questi rapporti testimoniano l’ampiezza internazionale del progetto e la capacità di Murano di confrontarsi con linguaggi sviluppati fuori dall’ambiente artistico europeo.
La parte conclusiva affronterà le collaborazioni più tarde, comprese quelle con James Coignard, Pino Mucchiut e l’architetto statunitense John C. Portman.
La presenza di un architetto all’interno di questo percorso evidenzia anche la continuità delle relazioni tra produzione artistica, progettazione e cultura del design.
L’iniziativa sarà accompagnata da un catalogo illustrato pubblicato da Marsilio Arte, a cura di Cristina Beltrami, con contributi di Marianna Rossi e Stefano Turina.
Il vetro muranese tra musei, design e collezionismo contemporaneo
La riscoperta della Fucina degli Angeli interessa una questione ancora attuale: il riconoscimento culturale degli oggetti nati dalla collaborazione tra artisti, designer e manifatture.
Nel collezionismo del Novecento, soprattutto per quanto riguarda le arti decorative e il design storico, l’attribuzione di un’opera richiede spesso di considerare più livelli di responsabilità.
Il nome del progettista non esaurisce necessariamente la storia dell’oggetto. La qualità finale può dipendere dalla capacità della manifattura di interpretare soluzioni particolarmente complesse, mentre le caratteristiche tecniche permettono di collocare una realizzazione all’interno di una determinata stagione produttiva.
Nel caso muranese, la conoscenza delle tecniche di lavorazione assume un peso particolare. Identificare un procedimento, riconoscere un materiale o ricostruire la provenienza di un pezzo può contribuire a chiarirne l’autenticità e il contesto storico.
La documentazione d’archivio diventa quindi uno strumento indispensabile per studiosi, musei e collezionisti.
La mostra offre inoltre un’occasione per distinguere il valore artistico dalla semplice rarità commerciale. Un oggetto può essere poco comune senza possedere necessariamente una particolare importanza storica. Al contrario, una realizzazione appartenente a una serie documentata può avere grande interesse per il ruolo svolto nell’evoluzione di una tecnica o di un linguaggio progettuale.
È anche attraverso questo tipo di analisi che il vetro artistico di Murano nel design viene studiato oggi come parte della storia delle arti visive e della produzione industriale e artigianale del Novecento.
La Fucina degli Angeli rappresenta un caso particolarmente significativo perché consente di ricostruire le relazioni tra artisti, maestri vetrai, gallerie e collezionisti. Il suo sviluppo dimostra quanto la circolazione delle opere fosse legata alla capacità di costruire contatti e occasioni espositive, oltre che alla qualità degli oggetti prodotti.
La mostra alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia
Fucina degli Angeli. Peggy Guggenheim e il vetro artistico del Novecento sarà visitabile dal 14 novembre 2026 al 29 marzo 2027 presso la Collezione Peggy Guggenheim, a Palazzo Venier dei Leoni, nel sestiere di Dorsoduro.
La sede possiede un legame diretto con la vicenda raccontata. Peggy Guggenheim abitò infatti nel palazzo veneziano e vi raccolse molte delle opere d’arte moderna che contribuirono a definire il carattere della sua collezione.
Presentare qui la storia della Fucina significa anche ricostruire una parte meno conosciuta della sua attività di mecenate, legata al sostegno di un progetto produttivo e artistico sviluppato nel territorio veneziano.
La mostra è stata presentata alla stampa il 21 ottobre 2026 a Ca’ Farsetti, sede del Comune di Venezia. L’iniziativa mette in relazione il patrimonio culturale della città con la storia delle sue manifatture, mostrando come le competenze sviluppate a Murano abbiano contribuito alla ricerca artistica internazionale.
Il percorso espositivo offrirà una lettura delle opere attraverso i documenti che ne accompagnarono la creazione e la diffusione, permettendo di osservare le diverse fasi di una collaborazione che proseguì ben oltre gli esordi degli anni Cinquanta.
Il museo osserva abitualmente l’orario dalle 10 alle 18, con chiusura il martedì e il 25 dicembre. Le informazioni aggiornate sulle visite e sulle modalità di accesso sono disponibili attraverso i canali ufficiali della Collezione Peggy Guggenheim.
La documentazione raccolta per l’esposizione consentirà soprattutto di approfondire un passaggio decisivo nella storia del vetro veneziano: quello in cui le fornaci, attraverso il lavoro con artisti internazionali, contribuirono alla realizzazione di opere destinate alle gallerie e ai musei d’arte contemporanea, conservando la centralità delle competenze artigianali nella loro esecuzione.

